Siria, ma quale no-fly zone?

(di Lorenzo Trombetta, per Europa Quotidiano). «Nemmeno Chuck Norris sarebbe stato capace!», è il commento in rete di un attivista siriano al video amatoriale, proveniente dalla regione orientale di Dayr az Zor, che mostra un MiG-23 governativo andare in fiamme e precipitare dopo esser stato colpito da una raffica di mitra sparata da ribelli anti-regime.

«Non ci serve più la no-fly zone! Ormai abbiamo imparato da soli a buttare giù quei giocattolini», scrive un altro attivista commentando la notizia secondo cui Ankara e Washington stanno pensando di stabilire una zona di non sorvolo nella Siria del nord, a ridosso del confine con la Turchia.

Sabato scorso il segretario Hillary Clinton e il suo omologo turco Ahmet Davutoglu si sono incontrati a Istanbul, decidendo di passare a una fase più attiva nel sostegno ai ribelli.

La Clinton non ha escluso che tra le opzioni «in fase di studio» ci sia quella di creare una no-fly zone, precisando però che le parti si sono per ora accordate di «studiare in modo più approfondito la questione». Almeno per quanto riguarda la politica ufficiale i tempi sono ancora lunghi. Anche perché imporre una zona di non sorvolo significherebbe per la Turchia dichiarare ufficialmente guerra a un regime che, almeno a Damasco, è tutt’altro che caduto.

Ma sul terreno continuano incessanti le battaglie di Aleppo, Damasco, Homs, Daraa, Dayr az Zor e Idlib. «Per venti giorni siamo riusciti a tenere aperto un corridoio tra la Turchia e Aleppo e non c’è arrivato nessun carico di armi migliori e più efficaci di quelle in nostro possesso», scriveva sul sito Facebook dell’esercito libero un tenente della Brigata Tawhid, impegnata da due settimane nella resistenza da Aleppo.

Giornalisti stranieri nella città più popolosa della Siria hanno confermato che le armi dei miliziani anti-regime vanno bene per una guerriglia strada per strada ma non per contrastare l’artiglieria, gli elicotteri militari e i caccia governativi.

Sono queste le tre armi principali a cui si affida invece il regime per cercare di tenere sotto controllo i vari focolai di rivolta. Finora le truppe di terra sono state usate solo in minima parte, non solo per evitare perdite ingenti, visto che si tratta di un esercito tradizionale non addestrato a combattere guerre asimmetriche. Ma anche per evitare diserzioni in massa di reparti, per lo più sunniti, potenzialmente solidali con i rivoluzionari.

Ad Aleppo la controffensiva governativa prosegue ormai da cinque giorni ma sul terreno le forze lealiste non registrano quei successi lampo raccontati invece dai media ufficiali. Sono invece proseguiti giorno e notte i bombardamenti dal cielo su interi quartieri residenziali secondo la strategia – già adottata a febbraio scorso a Homs – di “fare terra bruciata”. Di togliere ogni possibile rifugio ai “terroristi”.

Delle ultime ora è la notizia dell’abbattimento del MiG-23 nei pressi di Muhasan, nella regione di Dayr az Zor. Un video amatoriale mostra chiaramente un aereo prendere fuoco e precipitare mentre si sente la voce eccitata del videoamatore, che non crede ai suoi occhi nel vedere venire giù il caccia sotto i colpi del mitragliatore in mano a un suo compagno.

Per la tv di stato di Damasco e l’agenzia Sana, che ha ammesso la caduta del veivolo, si è trattato di un «guasto tecnico», mentre i vertici in patria dell’Esl hanno confermato: «Il MiG è stato abbattuto da proiettili da 14,5 mm», di un mitragliatore contraereo catturato dai ribelli alle forze governative. Per ora è questa la risposta ai dubbi occidentali sulla no-fly zone. (Europa Quotidiano, 14 agosto 2012).

In serata, dopo aver scritto questo pezzo, è uscito in rete l’ammissione del pilota catturato del MiG abbattuto.

Il filmato dell’abbattimento del MiG. Notare la voce incredula del videoamatore.

Qui sotto il colonnello Mufid Suleiman, pilota catturato del MiG abbattuto, parla di fronte all’Esercito libero.