Siria oggi, guerra civile o rivoluzione sociale?

(di Elena Chiti) È il tentativo di rispondere a questa domanda che ha orientato l’incontro Syrie aujourd’hui, tenutosi il 16 febbraio all’École Normale Supérieure (Ens) di Lione. Sei tra ricercatori e intellettuali, siriani e non, si sono confrontati proponendo la loro visione delle vicende siriane e tentando – come ha ricordato in apertura il geografo Fabrice Balanche – di lasciare da parte le emozioni per portare uno sguardo scientifico su quanto sta accadendo in Siria.

Più facile a dirsi che a farsi. Non solo perché – come hanno sottolineato alcuni tra i presenti – anche i ricercatori sono in un certo senso dei militanti, ma soprattutto per l’argomento di delicata, scottante attualità all’ordine del giorno.

Hamit Bozarslan, storico e politologo specialista di costruzioni statali e movimenti minoritari in Medio Oriente, ha aperto la sua riflessione citando Michel Camau, per il quale lo Stato autoritario arabo è uno “Stato-cartello” (État-cartel): una coalizione securitaria attorno alla figura del ra’îs (il Presidente-dittatore). Bozarslan ha poi analizzato la situazione siriana comparandola a quella di altri Paesi arabi – come l’Egitto e la Tunisia – sottolineando come lo Stato siriano, sotto il clan al-Asad, non sia un fattore di accentramento ma un potente agente di confessionalizzazione.

Hassan ‘Abbas, ricercatore e militante siriano, ha affrontato il tema della militarizzazione delle proteste, inizialmente rifiutata in blocco dai manifestanti che facevano del pacifismo la loro bandiera. Ha interpretato la situazione attuale, con le armi che circolano per le strade, come il risultato di una politica deliberata del regime per delegittimare i manifestanti e creare una situazione di caos: uno stato di guerriglia che sarà difficile ricondurre alla normalità. Ha affermato però che non è in corso, in Siria, una guerra civile – tra due parti in conflitto – ma una guerra tra una parte e il popolo siriano.

Fabrice Balanche, geografo e autore del saggio La région alaouite et le pouvoir syrien (“La regione alawita e il potere siriano”, 2006), ha analizzato le frontiere comunitarie all’interno della Siria di oggi basandosi su alcune carte dell’epoca del Mandato francese e sostenendo che le divisioni inter-comunitarie spingono ormai a sostenere l’ipotesi di una guerra civile, più che di una rivoluzione sociale. Ha affermato che l’80% della popolazione alawita attiva lavora nell’amministrazione statale, interpretando uno dei primi atti di Bashar al-Asad all’inizio delle proteste (l’aumento del 30% del salario dei funzionari) non come un tentativo di placare gli animi, ma come un gesto – a suo avviso riuscito – per federare attorno al regime la comunità alawita.

Frédéric Abécassis, storico e organizzatore del seminario Écrire les modernités arabes all’École Normale Supérieure di Lione, ha chiesto provocatoriamente a Balanche se questa divisione della Siria secondo frontiere comunitarie non finisca per essere di una fatto una “profezia autorealizzatrice”. E non è stato l’unico a rilevare una sorta di circolo vizioso aprioristico nelle conclusioni del geografo.

Farouk Mardam Bey, editore di Actes Sud e intellettuale siriano impegnato, ha contestato l’analisi di Balanche affermando che più che confessionale (alawita), il regime siriano è personale, familiare e clanico (degli al-Asad), fondato su reti di solidarietà che non sono comunitarie ma clientelari. Ha sottolineato che il mosaico comunitario-confessionale – certo presente in Siria – è strumentalizzato da uno Stato che vuole fomentare le divisioni. Uno Stato che disintegra invece di integrare, per ostacolare la rivoluzione sociale in corso.

Rania Samara, traduttrice ed esperta di letteratura araba contemporanea, ha tracciato uno scenario complesso, in cui il Ministero della Cultura siriano censura a volte opere che l’istituzione stessa ha premiato, citando il caso emblematico del romanzo Abnûs (“Ebano”) di Rosa Yassin Hassan, del 2004. Ha introdotto poi la figura di Samar Yazbek, scrittrice e militante siriana da luglio rifugiata in Francia, parlando del suo ultimo libro – Taqâtu‘ nîrân (“Fuoco incrociato”) – un diario della rivolta che le è costato persecuzioni sempre crescenti da parte del regime, fino alla fuga dalla sua Siria.

Samar Yazbek, invece, non ha parlato di letteratura. Oppositrice alawita al regime alawita degli al-Asad, anche lei ha tenuto a sottolineare con forza la sua posizione: secondo cui nella Siria di oggi è in corso una rivoluzione sociale che il regime cerca di confessionalizzare. Il fatto che tra i manifestanti ci siano più sunniti che alawiti riflette per lei una semplice proporzione demografica nel Paese. La Yazbek ha parlato degli intellettuali, che non sono stati il motore della rivolta e hanno anzi, in molti casi, tardato a schierarsi con i manifestanti. Ha parlato dei giovani e delle donne che sono scesi in piazza e con cui – dice – ha avuto la fortuna di essere in contatto fin dai primi giorni: giovani e donne appartenenti in maggioranza alla classe media, ma di diverse comunità e confessioni.

Rivoluzione sociale o guerra civile, o ancora rivoluzione sociale in via di confessionalizzazione o che il regime vuole confessionalizzare, le vicende siriane scatenano le passioni del pubblico, dei ricercatori e dei militanti. E se le analisi enunciate lasciano poco spazio a scenari ottimistici, mi piace chiudere con le parole di Hamit Bozarslan che, parafrasando Gramsci, invita a guardare alla Siria di oggi con “il pessimismo della situazione” unito però “all’ottimismo della volontà”.