Siria, perché bisogna rimanere pacifici

attivisti sirianiDa Damasco un gruppo di attivisti che rivendica l’azione esclusivamente pacifica contro il regime ci invia questo testo, tradotto dall’arabo, pubblicato lo scorso 13 ottobre 2011 sull’inserto dedicato ai giovani del quotidiano as-Safir di Beirut. 

Si tratta di un’intervista, firmata da Wassim Ibrahim, a due attivisti siriani, residenti all’estero, che difendono la scelta di continuare il movimento con metodi pacifici. La loro rete è radicata in Siria, in varie città. Il testo è stato gentilmente tradotto in italiano da un collaboratore che preferisce rimanere anonimo. 

Le mani di Shadi si alzano sopra il tavolo, come due fusi che lo aiutano a tessere i suoi pensieri. E come no? La straordinaria calamita della sollevazione siriana esercita la sua attrazione su tutte le parti, muovendole verso un’unica direzione: rivoluzione pacifica sino alla vittoria.

Shadi è un medico che completa la sua specializzazione in Europa, senza alcun precedente impegno politico o di opposizione.

La sollevazione di Daraa è stata uno choc. Dopo le prime manifestazioni ha iniziato a darsi da fare su Facebook. Le voci dei suoi amici hanno preso a sollevarsi. Come molti, all’inizio è stato male e ha sentito di avere poche scappatoie: “Cosa faccio? Vado fuori e urlo?”.

La cosa è così iniziata alzando la voce per iscritto, poi è venuta la formazione di gruppi di dibattito sul social network e da lì è partita l’attività sul campo. Ora la sollevazione siriana riceve il sostegno da un numero straordinario di volontari a diversi livelli: si mettono in piedi ospedali da campo, si offrono servizi agli attendamenti di profughi in Turchia e Libano, si raccolgono fondi per cibo e medicinali, si provvede ad aiuti logistici. In aggiunta a questo, c’è l’informazione e gli interventi continui sul social network, persino la fondazione di una corale musicale e il lancio di un’emittente radio in onda sul web.

Parliamo di “rete” anche se non ha nome e indirizzo. “Una rete straordinaria”, dice Shadi, che per sua richiesta chiamiamo con uno pseudonimo. Una rete aperta alla partecipazione di chiunque voglia impegnarsi nella sollevazione.

Shadi la chiama “sollevazione dei tecnocrati”. E afferma: “La sollevazione non è soltanto attività umanitarie o soltanto manifestazioni di piazza, ma movimento che si compone di mille dimensioni, irriducibili a un solo aspetto, perché ciascuno interviene con il suo apporto creativo”.

“Quando si presenta una certa necessità specifica, si va alla ricerca di chi sappia occuparsene in collaborazione e vi si provvede”. Con i suoi sforzi la “rete” è stata in grado di portare soccorso medico alle zone maggiormente esposte, “ad esempio Idlib e Homs”, come spiega Shadi con un sospiro di sollievo.

La situazione dei rifugiati in Turchia è cattiva, come hanno potuto constatare i volontari che l’hanno visitata: “Portiamo aiuti ai rifugiati bloccati in Turchia, paese che dovrebbe occuparsi di loro, dal momento che sono profughi. Ma ciò non avviene”.

Anche in Libano gli aiuti arrivano attraverso i volontari. Lì la situazione è un po’ speciale. Perché? Shadi risponde: “A causa del sistema libanese, che cerca di infiltrare degli informatori”.

La faccenda degli informatori ci trattiene a parlare sul problema della sicurezza della “rete”. È una storia lunga. All’inizio, la stragrande maggioranza degli attivisti aveva poca esperienza: “Non avevano abilità sul piano della sicurezza”. Ciò ha portato all’arresto di moltissimi ragazzi a causa delle comunicazioni telefoniche.

Attraverso gli arrestati i servizi di sicurezza hanno compilato liste di nomi da perseguire. L’esperienza stessa è stata maestra e il movimento spontaneo ha iniziato a organizzarsi. È necessario una ricognizione dei quadri degli attivisti: c’è chi è stato arrestato e poi liberato e chi invece è ancora detenuto.

Tutti sanno quanto sia pericolosa la detenzione. Ne è un esempio la morte tra le torture di Ghayath Matar, il giovane che a Daraya, periferia di Damasco, ebbe l’idea di affrontare le forze speciali offrendo fiori e acqua. E Yahya, amico del martire Ghayath, è detenuto dal 6 settembre.

Shadi si rende perfettamente conto della gravità del pericolo: “Noi qui siamo in Europa, ma il pericolo diretto lo corrono gli attivisti sul campo. Per questo, alla fine della chat con un amico gli dici: Sta’ bene, bada a te stesso. E te ne esci con il cuore ulcerato”. Essere arrestati è una possibilità costante, ma ciò non ferma il movimento attivista: “Ora ogni cittadino è un’attivista o uno che progetta di diventarlo”.

Hussam, un amico di Shadi, è invece impegnato maggiormente sul fronte dell’opposizione politica. Il carattere pacifista della rivolta accomuna le voci di Shadi e Hussam, e questo è per loro la “linea rossa”. Sono disturbati dall’elevarsi di voci stonate che chiedono l’intervento straniero o vogliono la trasformazione armata della sollevazione.

“Perché la sollevazione deve restare pacifica?”. Dice a questo proposito Shadi: “Chi invoca la trasformazione armata della protesta vuole la caduta del regime solo per prenderne il posto. Quei tali useranno i fucili soltanto per imporre una nuova dittatura. Lo slittamento dalle posizioni pacifiste è respinto completamente e per ragioni ben provate: la soluzione militare comporterebbe la perdita di un gran numero di vite e gravi danni alla società, cose che fondamentalmente tornano a vantaggio del regime.

La posizione matura dei due giovani insiste invece sul fatto che la soluzione poggi sulla sopportazione e sul tenersi attaccati all’orientamento pacifista. Quanto al regime, a loro avviso sta cadendo: “L’appesantirsi di questi elementi farà affondare la barca del regime, e porterà suoi membri a prenderne le distanze o a saltare sulle scialuppe di salvataggio. Il regime va a pezzi, è come un cadavere che si decompone poco a poco. Il regime siriano cadrà per la rivoluzione pacifica del suo grande popolo e dei suoi sacrifici cruenti senza fine, affermano.