Mazen Darwish contro la tirannia e il terrorismo

Nel 2004 Mazen Darwish ha fondato il Centro per i media e la libertà di espressione (Scm) per monitorare le violazioni compiute in Siria contro i giornalisti. Poi nel febbraio 2012 è stato arrestato  durante una retata delle mukhabarat nella sede del centro e per oltre tre anni è rimasto in carcere con l’accusa di “istigazione al terrorismo”. Finalmente lo scorso agosto è tornato libero.

Questo che segue è il suo primo scritto pubblico da quando è uscito di prigione, apparso sul quotidiano al Hayat.

MazenDarwish(Traduzione dall’arabo di Claudia Avolio).

Non so davvero da dove cominciare…

Se dall’affetto e la gratitudine per tutti gli amici, che mi hanno sostenuto nei lunghi anni di lavoro, in particolare durante la mia detenzione, e per i colleghi del Centro.

Se dallo stupore e la sorpresa per il grado di devastazione, distruzione, sangue e abbandono nel mio Paese. O dalla lealtà e dallo sforzo stoico di cui è stata capace la mia collega e compagna Yara Badr e le tante organizzazioni e personalità impegnate per i diritti nell’iter di difesa dei membri del Scm.

O forse dal senso di tradimento che provo per il rapimento di Razan, Nazim, Wael e Samira. E di Abd al Wahhab al Mala, Padre Paolo Dall’Oglio, Khalil Maatuq, Rami al Hanawi, Hussein Issa, e dalla rabbia per ogni goccia di sangue siriano versata.

Oppure inizio dal silenzio e dalle parole che ho balbettato al cospetto delle madri dei martiri Ayham Ghazul, Ali Darwish e Sami ‘Aqil.

O dal desiderio e dall’impazienza di poter riabbracciare mia madre e i miei bambini. Dalla vergogna e dall’avvilimento che provo per essermi lasciato alle spalle migliaia di detenuti, tra cui tante persone care, fratelli e amici.

Dal profondo orgoglio e dalla stima che nutro verso tutti i siriani che, nonostante siano sfollati e nonostante le tragedie, rimangono fedeli ai valori, alla morale e agli obiettivi della rivoluzione della dignità, della libertà e della cittadinanza.

Dalla scelta che ho fatto di uscire dalla Siria e sentirmi soddisfatto di tutto ciò che produce, anziché restare e fare da testimone falso con tutto ciò che ne viene depredato.

Dal ribadire in modo assoluto il mio rifiuto di tutte le forme di tirannia e terrorismo, chiunque sia a perpetrarli e sotto qualsiasi giustificazione.

O dovrei iniziare col riconoscere la responsabilità di tutti noi per come si sono messe le cose nel nostro Paese. E prendere atto dei miei errori e del mio fallimento durante il mio modesto contributo alla rivoluzione della dignità, della libertà e della cittadinanza.

O forse dalla fiducia e dalla fede che nutro nel fatto che ci rialzeremo tutti da sotto le macerie per costruire insieme una nazione di pace, giustizia e libertà.

Forse gli anni a venire non saranno sufficienti a rivelare molto di quello che infuria nel mio petto a livello personale. Mentre sul piano generale non vi nascondo di sentire che questi ultimi tre mesi trascorsi dopo il mio rilascio, non bastano a cogliere la quantità di cambiamenti e sviluppi avvenuti negli scorsi quattro anni. Perciò ho preferito concentrarmi a tentare di leggere i fatti, ascoltare le diverse opinioni e monitorare gli eventi, prima di impegnarmi di nuovo nella vita pubblica. E vi sarò grato per ogni consiglio, opinione e correzione che vorrete dispensarmi.

La rivoluzione siriana è nel suo quinto anno e mi sembra oggi più complessa e intricata che mai: la Siria si è trasformata in un’arena per un conflitto regionale e internazionale in cui abbiamo perso, in quanto siriani, la parte maggiore della nostra capacità decisionale nazionale. E i nostri destini, come individui e come nazione, sono ormai al di là del nostro desiderio personale. Li condividono con noi una serie di volontà e fattori esterni in conflitto tra loro nel contesto del collasso del modello geopolitico che da decenni esiste in Medio Oriente.

Nel momento in cui sembra che la maggior parte degli attori regionali e internazionali stia traendo profitto dai risultati della crisi siriana,  senza pagarne un prezzo reale, è ormai chiaro che la Siria come nazione e la Siria del cittadino sono la perdita più grande. Non c’è più possibilità, infatti, di rivendicare l’esistenza di una parte siriana vincitrice. Tutti noi in Siria abbiamo perso, almeno per quanto riguarda l’interesse nazionale.

A prescindere dagli esiti del conflitto regionale-internazionale, dagli sviluppi del processo politico conesso e dalla modalità di porvi fine, coi compromessi dolorosi che alla resa dei conti si presenteranno a tutte le parti, ogni nuovo giorno aggiunge nuovi convogli alle liste di sangue, rovina, prigionia e migrazione. Tutto questo dopo che siamo diventati solo numeri o mero danno collaterale nelle guerre degli altri con noi e sulla nostra terra. Mentre l’autorità di Damasco sin dal primo giorno ha perseguito qualsiasi cosa e di ogni genere, fuorché l’interesse nazionale.

Le possibilità per il futuro, purtroppo, sono aperte al peggio. A partire dal perdurare del conflitto armato per altri lunghi anni, passando per la suddivisione del Paese, fino ad arrivare alla sparizione della Siria per come la conosciamo. È dunque inaccettabile affrontare la questione della vittoria sulla tirannia e sul terrorismo, legati tra loro in modo organico, attraverso tattiche politiche opportunistiche o investimenti di potenze straniere.

Ci si presentano oggi una serie di sfide che, come siriani, dobbiamo affrontare uniti. Non ultima, la sfida di adoperarci per ripristinare la voce siriana indipendente e consolidare l’identità siriana e l’essenza nazionale, lungi da interessi e vincoli personali, regionali o internazionali. Solo così riusciremo a produrre un programma politico che ruoti attorno a un progetto nazionale in grado di incarnare gli obiettivi e le aspirazioni dei siriani nel Paese della dignità, libertà e cittadinanza. E vincere così sul legame organico tra tirannia e terrorismo, che erodono il nostro spirito e fanno a brandelli quanto resta della nostra nazione e della nostra umanità. (al Hayat, 6 dicembre 2015)