Siria, Un silenzio che non si dimentica

(di Lorenzo Trombetta, per Europa). In fila, Mercedes sovraccariche di donne, bambini, materassi, buste e valigie tentavano una a una di passare l’instabile ponte sul fiume Awwali, uno dei pochi ancora non bombardati dall’aviazione israeliana in quell’estate del 2006. A fuggire erano gli abitanti del sud del Libano. Si era in piena guerra. Vista da lì, non c’erano dubbi. Non c’erano tentennamenti né lacerazioni intellettuali: quella povera gente lasciava le proprie case sotto un attacco nemico, che non risparmiava le popolazioni civili, i loro raccolti, le loro fabbriche, le loro abitazioni. La maggior parte di quei libanesi in fuga erano sostenitori di Hezbollah.

E il movimento sciita era la resistenza contro il nemico sionista. Lo stesso nemico che era tornato con le sue bocche di fuoco a fare terra bruciata. Da quel ponte era molto semplice raccontare la disperata fuga di quella gente a un pubblico italiano, occidentale. Senza troppi “se” e senza troppi “ma”. Chi oggi sembra aver scoperto l’acqua calda – ovvero che la realtà è piena di sfumature – allora leggeva quella guerra in bianco e nero. E nessuno, nel suo stesso campo ideologico-intellettuale, si sentiva di rimproverarlo per questa sua approssimazione manichea.

Per tutto quel mese di guerra moltissimi italiani, semplici lettori di giornali e non necessariamente addetti ai lavori, rimasero particolarmente attenti e interessati agli sviluppi, alle conseguenze, ai retroscena di un conflitto che causò più di mille morti, in larga parte libanesi. E ogni giorno diversi media italiani, per lo più “di sinistra”, contattavano chi era sul terreno perché desse una testimonianza diretta. Si ricevevano email e messaggi da colleghi, da docenti, ricercatori, studiosi di mondo arabo-islamico, tutti italiani, tutti “di sinistra” e sempre vicini alla causa palestinese e comunque anti-israeliani. Volevano saperne di più e volevano sensibilizzare quanto più possibile l’opinione pubblica sui crimini commessi dagli israeliani in Libano, sui bombardamenti indiscriminati, sulle storie più crude di donne e bambini presi in mezzo ai combattimenti. Sulle bombe a grappolo lanciate in zone abitate da civili.

Sono passati solo dieci giorni dalla tragedia consumatasi a Qusayr e dintorni, nella Siria centrale. E sono passati nel silenzio di molti di quegli stessi studiosi, accademici, ricercatori, giornalisti e lettori italiani di giornali “di sinistra” che sette anni fa intasavano i miei canali di comunicazione nei giorni del passaggio disperato sul fiume Awwali. Un silenzio che, in più in generale, in questi oltre due anni di violenze viene interrotto solo dai loro dubbi, dal loro scetticismo, dai loro ragionamenti “geopolitici”, dalle loro intuizioni sulla “disinformazione mediatica”, dai loro “non ne so abbastanza”, dai loro “temo che dietro ci sia qualcos’altro”.

Voci da una strage

Le pallottole fischiano tra gli alberi piantati a schiera. È uno dei tanti frutteti che circonda Qusayr, la cittadina un tempo abitata da oltre 50.000 persone. Un uomo è a terra, appiattito sulle zolle secche. Accanto a lui, distanti meno di un metro e un paio di metri, le stampelle che usa per camminare. È il 6 giugno 2013 e quello è uno dei più di mille individui in fuga da Qusayr. L’uomo fa parte di una colonna di gente in fuga. Ci sono uomini armati di fucili assieme a civili, uomini, donne, anziani. Nelle poche immagini amatoriali girate si intravedono anche alcuni minori. L’uomo a terra recupera le stampelle, si rialza e zoppicando raggiunge un posto che giudica più sicuro. Per proteggersi dalle raffiche di armi automatiche, sottofondo costante per oltre dieci minuti di riprese.

L’obiettivo della telecamera raggiunge poi un gruppo di civili, ammassati gli uni agli altri a gruppetti. Si riparano sotto gli alberi e dietro un muretto a secco molto simile a quelli che dipingono i superbi panorama del nostro ragusano. Una donna, velata, è accovacciata a terra. Ha sulle spalle uno zaino rosso. Di fronte al videoamatore abbassa il viso: «Cosa fai?», chiede la giovane con imbarazzo. In pochissimi hanno pacchi o valigie. È gente che si porta dietro solo se stessa. C’è chi distribuisce il pane. C’è chi innalza il muretto con altre pietre. Le raffiche proseguono e sono talmente insistenti che viene voglia di abbassarsi sotto il tavolo dove è posizionato lo schermo che riproduce il video.

Dal 6 giugno a oggi, qualche migliaio di persone è fuggito da Qusayr, per mesi assediata dalle milizie fedeli alla famiglia Asad al potere in Siria e da quelle degli Hezbollah libanesi. Più di mille persone hanno raggiunto a piedi o su mezzi di fortuna il Libano, distante poche decine di chilometri. Molte loro testimonianze sono state raccolte da giornalisti e cooperanti negli ospedali di Tripoli, nel nord del Libano, e della parte centro-meridionale della valle della Beqaa.

«Sono stato colpito alla gamba due settimane fa. Ho camminato per cinque giorni per evitare i bombardamenti. Alcuni dell’Esercito libero (i ribelli) ci hanno portato a Hasiya (a sud di Homs, ndr), dove la Croce Rossa ha negoziato la nostra salvezza. Molti sono stati presi in carico dalla Croce Rossa, altri sono stati lasciati per strada e di loro si sono perse notizie. Alcuni sono morti durante il trasporto». Un altro superstite di Qusayr racconta della negoziazione svoltasi tra Hezbollah e l’Esercito libero siriano. Durante l’assedio, i ribelli erano riusciti a fare prigionieri alcuni miliziani sciiti libanesi: «In cambio della loro liberazione, Hezbollah ha acconsentito che la Croce Rossa ci portasse in salvo».

Un’altra testimonianza: «Avevo una ferita alla gamba. (Da Qusayr) hanno provato a trasportarmi su un camioncino, ma il mezzo non poteva avanzare a causa delle macerie sulla strada. Mi sono trascinato fuori dalla città a piedi, perdevo molto sangue. Sono arrivato a un villaggio vicino (che preferisce non nominare, ndr), dove sono stato medicato con mezzi di fortuna. Ma non c’era sangue sufficiente per le trasfusioni».

E ancora un’altra voce: «Abbiamo camminato per cinque giorni. Camminavamo di notte e ci riposavamo di giorno, nascondendoci dietro gli alberi. C’era gente ferita alle gambe e ai piedi, altri al ventre o alla schiena. Non c’erano nemmeno gli antidolorifici. In alcuni casi i rami degli alberi, fasciati a gambe o piedi con indumenti, sono stati usati per tentare di tenere dritti gli arti fratturati». C’è chi afferma di aver marciato, con intere famiglie, per una decina di giorni, tra gli altipiani e i brulli pendii dell’Antilibano.

C’è chi sostiene di aver seppellito a mani nude decine di persone morte a Qusayr. Sarà difficile dimostrare tutto ciò in modo definitivo, ma la coerenza delle testimonianze, raccolte da numerose persone da giorni sparse in diverse regioni libanesi, non lascia molto spazio ai dubbi sul dramma che si è consumato nei giorni successivi al 5 giugno 2013. Chi è riuscito ad arrivare in Libano è passato per l’enclave a maggioranza sunnita di Aarsal, circondata da una regione controllata da Hezbollah. Altri, da Qusayr, si sono diretti verso l’Akkar libanese. Altri ancora non sono ancora giunti in Libano, ma hanno trovato rifugio a Yabrud, cittadina siriana sul Qalamun occidentale in mano ai ribelli ma assediata dalle forze filo-Asad. «Ero ferito al ventre. Una scheggia mi aveva ferito negli ultimi giorni dell’assedio. Mi hanno portato a Yabrud con una barella. Poi in braccio. Infine abbiamo trovato un’auto», racconta raggiunto su Skype un amico scampato alla caduta di Qusayr.

La memoria corta

C’è chi è arrivato in Libano, ma non ha trovato la stessa calorosa accoglienza che gli abitanti di Qusayr riservarono nel 2006 a quella gente del sud del Libano che, a bordo di quelle vecchie Mercedes, aveva risalito l’Awwali, il Litani e poi l’Oronte. Nei giorni scorsi sono stati segnalati diversi casi, lungo la strada che collega Aarsal allo svincolo per Zahle, nella parte centrale della valle della Beqaa, di posti di blocco informali di Hezbollah dove ambulanze o pulmini carichi di superstiti di Qusayr sono stati fermati, rispediti indietro o, addirittura, portati in località non precisate.

L’episodio più grave si è registrato invece a nord di Aarsal. Nella via di montagna che collega la zona di Hermel con l’Akkar. L’altipiano è dominato dal clan dei Jaafar, da decenni vicini agli Hezbollah. I Jaafar hanno intercettato un minivan guidato dal vice sindaco di Aarsal, Ali al Hujayri, lo hanno ucciso sul colpo e hanno portato via – non si sa dove – i passeggeri del pulmino.

Una realtà ben documentata: nei mesi scorsi, su quelle stesse strade delle Beqaa, alcuni giornalisti provenienti da Beirut che volevano documentare da vicino i funerali dei miliziani di Hezbollah morti nell’assedio di Qusayr, erano stati fermati a un posto di blocco del Partito di Dio, interrogati per ore e rispediti a casa senza telefoni cellulari e macchine fotografiche.

A questo va aggiunta la cronaca di quasi quotidiani bombardamenti da parte dell’aviazione siriana di Aarsal, in pieno territorio libanese. Aarsal è da più di un anno un corridoio di passaggio di miliziani sunniti, per lo più libanesi, diretti a rinforzare le fila della resistenza a Qusayr. Dunque, agli occhi di Damasco e di Hezbollah, quei bombardamenti sono più che giustificati. Come, dal punto di vista israeliano, nel 2006, erano più che giustificati i bombardamenti su località libanesi da cui passavano i resistenti di Hezbollah e da cui partivano gli attacchi con i razzi verso l’Alta Galilea.

Un’altro punto critico è l’accoglienza – o la non accoglienza – dei feriti di Qusayr in alcuni ospedali libanesi. Di fronte all’encomiabile sforzo di moltissimi medici, paramedici e volontari libanesi, si sono registrati casi di cliniche che hanno rifiutato l’ingresso dei feriti. Altri ospedali hanno raddoppiato i prezzi delle cure e dei medicinali. Esemplare è il caso – riferito da una fonte indipendente e vicina alla vicenda – di un ospedale dell’Akkar che ha presentato il conto di ben seimila dollari ai familiari di una bimba di tre anni, morsa da un serpente, a cui è stato iniettato un semplice siero anti-veleno.

Nei giorni scorsi il ministro libanese della sanità Ali Hasan al Khalil (in quota Amal e dunque parte della coalizione governativa vicina agli Assad e dominata da Hezbollah) ha affermato: «Davanti al grande numero di feriti, un numero che rischia di aumentare in maniera mai vista, la questione non è più quella delle spese da sostenere, ma della mancanza delle risorse umane, soprattutto a livello di pronto soccorso». «Il rischio – ha proseguito Khalil – è che il cittadino libanese si trovi a pagare il prezzo di questa emergenza e che sia privato del suo diritto di ospedalizzazione».

Se un ministro europeo avesse pronunciato queste parole avrebbe suscitato – giustamente – indignazione e polemiche, avrebbe fatto infuriare tantissimi di quei colleghi, accademici, intellettuali “di sinistra”di cui sopra. E su Facebook, in rete, per email, gli appelli e le condanne sarebbero piovuti a raffica. Sul dramma della gente in fuga da Qusayr, invece, nemmeno una parola.

Jihad in Siria? È colpa nostra

I motivi pretestuosi di questo silenzio sono diversi. Il primo è: a Qusayr non era resistenza popolare locale, c’erano anche molti stranieri. Ma la percentuale reale dei non siriani a Qusayr è ridotta. E, in ogni caso, qualcuno di questi scettici avrebbe preso le distanze dalla resistenza di Hezbollah se fosse emerso che nel 2006 combattenti iracheni, siriani, giordani, fossero corsi a sostenere il fronte anti-Israele? Qualcuno “a sinistra” si sente di condannare la presenza, nelle prime guerre arabo-israeliane, di contingenti arabi, non solo regolari ma anche popolari?

Il secondo “perché” riguarda l’islam e la sua voce sunnita più integralista. A Qusayr – dicono gli scettici – ci sono i barbuti integralisti. E a noi non piacciono. Noi vogliamo i moderati. Vogliamo i laici. Quando le bombe israeliane sono piovute su Gaza durante “Piombo Fuso” lo stesso argomento non è stato usato da questi intellettuali “di sinistra”. Anzi, la condanna ai raid israeliani è stata unanime, gridata, pubblica… eppure a dirigere la cosa pubblica nella Striscia era un movimento islamico radicale.

E qui apro una parentesi, perché certo, la radicalizzazione del conflitto siriano è oggi un fatto assodato, ma non è stato sempre così: il confessionalismo è stato cercato, indotto, e infine ottenuto. A Beirut prima del 2011 avevo conosciuto diversi giovani di Qusayr che lavoravano nel centro cittadino e che potevano essere perfettamente inseriti nella rigida e mistificatoria categoria occidentale di “arabi moderati”. Questi stessi giovani sono morti quasi tutti nell’assedio di Qusayr. Se sono ancora vivi, sono feriti, e dal loro letto di ospedale non fanno che postare sui loro profili Facebook versi del Corano. Giurano di avercela a morte con l’Occidente, con l’Europa, con la Russia, con l’Iran e… con Israele-alleato-degli-Assad. Hanno la barba lunga, inneggiano al jihad.

Ricordo a proposito, una passeggiata con uno di loro a Beirut. Era l’estate del 2011. Mi raccontò di come i servizi di sicurezza militari di Assad avevano aperto il fuoco contro una manifestazione anti-regime a Qusayr. Mi raccontava di come gli Hezbollah, da sempre presenti a ridosso del confine, erano acquartierati in una scuola ai margini della città, proprio dietro la sede centrale dei servizi di sicurezza militari siriani. Affermava che la loro non era una protesta confessionale, che la religione non c’entrava nulla. Forse c’entrava, come c’entravano anche altri fattori economici, ma nella sua rappresentazione questo giovane di Qusayr era onesto e spontaneo. Come è onesto e spontaneo quando oggi giura di voler tagliare la gola a ogni sciita che incontrerà sulla sua strada.

Qualcuno, nell’estremo oriente siriano, a Dayr az Zawr, sull’altra sponda dell’Eufrate, nei giorni scorsi ha detto di essersi vendicato del massacro di Qusayr uccidendo un numero imprecisato di sciiti, colpevoli agli occhi dei loro assassini di essere fedeli agli Assad. La località è Hatla. Non si hanno conferme del numero delle persone uccise anche perché per giorni la prima e unica fonte di informazione è stato l’Osservatorio nazionale siriano per i diritti umani in Siria (Ondus). Ma come? Proprio l’Osservatorio riferisce di un massacro compiuto da uomini armati contro gente filo-regime? Ma l’Osservatorio non è la piattaforma tanto vituperata dagli scettici intellettuali “di sinistra” e sedicenti esperti di infowar?

Passiamo al terzo “perché” che induce a inserire la sordina: la natura armata della resistenza di Qusayr. Come a dire: se usate le armi perdete la nostra solidarietà. Se vi difendete con le armi, no, mi dispiace, ma passate dalla parte del torto. Quindi, la vostra non è più resistenza legittima. E se accettate le armi da parti straniere siete ancor più colpevoli, oltre che ingenui, perché non sapete che domani chi vi ha aiutati vi presenterà il conto e consegnerà il vostro paese ai nostri nemici. Gli intellettuali “di sinistra” oggi vogliono un popolo di Ghandi, vogliono gente che dopo aver visto sparire nelle carceri di Assad i propri familiari, dopo aver visto finire in sedia a rotelle un proprio parente torturato a dovere dal regime, dopo aver visto feriti o uccisi i propri familiari, continua a resistere in modo nonviolento.

Il quarto argomento usato per giustificare il silenzio di fronte alla tragedia di Qusayr è legato all’interferenza di attori politici esterni. Sì, a Qusayr sono giunte anche brigate di insorti sostenute dall’Arabia Saudita e dal Qatar, ma non è stato sempre così. La Brigata Tawhid e il Consiglio militare di Aleppo sono giunti nelle ultime fasi dell’assedio. Per mesi, se non per più di un anno, la gente di Qusayr è stata abbandonata a se stessa. Dal 2012, le armi a Qusayr si compravano al mercato nero, le compravano agli ufficiali dell’esercito di Assad, le prendevano come bottino nei vari scontri armati.

E quando le armi dall’esterno sono finalmente arrivate – ma a intermittenza e mai copiose, lo dimostrano gli eventi – nessuno degli assediati ha certo controllato il nome del mittente. «Siamo pronti ad accettare le armi anche dal diavolo», mi ripeteva negli ultimi mesi uno dei giovani di Qusayr. Ricordo che lui era uno strenuo difensore nel 2011 delle manifestazioni non violente. Cosa è successo? Si è forse venduto al Qatar e all’Arabia Saudita? Gli è stato forse promesso un posto da sindaco di Qusayr? Queste sono le argomentazioni implicite di chi rimane in silenzio e deve giustificare un immobilismo che non sarebbe invece concepibile nel caso di crimini israeliani commessi sui palestinesi.

L’eclissi della sinistra filo-palestinese

La Palestina e la sua causa ha subìto un duro colpo in questi due anni di mattanza siriana. Si è ancora e sempre per i palestinesi. Ma ciò che solo convince è la coerenza nel difendere i principi, ovunque sia espressa. Israele ha chiaramente mostrato di ritenere il complesso regime siriano-Hezbollah utile per contrastare l’unità musulmana e araba, dividere i nemici e provocare quella deriva mitologica estremista così miracolosamente adatta a giustificare l’espansione delle colonie e i comportamenti discriminatori delle autorità israeliane. Questo mentre il silenzio di tutta questa gente per anni “impegnata a fianco dei palestinesi” delegittima la loro lotta di ieri, oggi e domani.

Ero al liceo quando ci si mobilitò contro la Guerra del Golfo. Ed era pieno di gente “di sinistra filo-palestinese”. Ero all’università quando scoprii che più della metà di chi era iscritto al primo anno di arabo studiava quella lingua esotica “per la causa palestinese”. Sulle scalinate della Facoltà di lettere de “La Sapienza”, nella città universitaria di Roma, moltissimi indossavano la kefia. Ed ero vicino al Circo massimo a Roma, circondato di gente “di sinistra filo-palestinese” quando manifestammo nel 2003 contro l’invasione anglo-americana in Iraq.

Ero tornato nei corridoi dell’università, nel 2004, quando partecipai una volta a un “collettivo pro-palestinese” di alcuni colleghi presi tra la tesi di laurea e l’inizio del dottorato. In questo mio personalissimo percorso, conto sulle dita di una mano le persone che hanno mantenuto alta la guardia contro i crimini israeliani a danno dei palestinesi e, al contempo, si sono schierati pubblicamente e in modo netto contro i crimini degli Assad e dei suoi alleati. Ero e sono a Beirut quando ogni anno arriva dall’Italia la delegazione per ricordare la strage di Sabra e Shatila del 1982.

L’anno scorso, alcuni di quei delegati “di sinistra”, si fermarono a rinfrescarsi in uno dei locali più radical-chic della città. Passando tra i tavoli fu desolante constatare come molti di loro fossero totalmente imbevuti di retorica pro-Assad. Avevano appena ricordato l’eccidio di Sabra e Shatila e negavano l’evidenza di massacri compiuti solo poco tempo prima nella vicinissima Siria. Altri rimanevano semplicemente in silenzio. (Europa Quotidiano, 16 giugno 2013)