La nuova costituzione, cosa cambia e cosa non cambia

L'agenzia Sana in cinese illustra i pregi della nuova costituzione

Oggi in teoria milioni di siriani sono chiamati alle urne per il referendum confermativo sulla nuova costituzione. In pratica, ampie zone del Paese sono territorio di guerra, alcune addirittura fuori dal controllo del regime.

E in quelle invece saldamente in mano alle forze di sicurezza e all’esercito governativo sarà difficile andare a votare senza subire alcun tipo di pressioni. Qui di seguito un’analisi scritta qualche giorno fa ma oggi e nei prossimi giorni ancora attuale.

(di Lorenzo Trombetta, Europa Quotidiano) Il regime siriano del presidente Bashar al Assad è talmente interessato a completare il “percorso di riforme” politiche radicali che dopo undici anni di immobilismo, adesso brucia le tappe. E dà ai cittadini solo dieci giorni di tempo per informarsi sul testo della nuova costituzione.

Il 26 febbraio prossimo è stato indetto il referendum confermativo e sono già pronte le schede, tra l’altro assai simili a quelle del referendum per confermare la nomina di Assad alla presidenza da parte del Baath, il partito al potere da mezzo secolo. Dopo la formulazione del quesito, compaiono due cerchi sui quali apporre la croce, uno per il “sì” di colore verde, e un altro per il “no” di colore grigio tenue (foto a sinistra).

Domenica scorsa, alla cerimonia di consegna del testo per la nuova costituzione, al Assad aveva affermato: “Dobbiamo spiegare ai cittadini ogni punto del testo con ogni mezzo a nostra disposizione in modo che siano loro a decidere”.

Prosegue intanto l’offensiva militare del regime contro gli epicentri della rivolta a Homs, Hama, Daraa, Idlib, alcuni sobborghi di Damasco e in altri di Aleppo. Importanti regioni della Siria sono segnate dalle violenze e, per ammissione dello stesso governo, le autorità non sono in grado di assicurare il controllo di parte del territorio. Difficile immaginare in quali condizioni di libertà e consapevolezza i siriani possano recarsi alle urne il prossimo 26 febbraio.

I punti salienti del nuovo testo sono l’introduzione del multipartitismo e l’abolizione del predominio del Baath nella politica e nelle istituzioni; l’elezione del presidente direttamente dal popolo, chiamato a scegliere tra candidati appoggiati da una quota fissa di parlamentari; la conferma dell’Islam come base della giurisprudenza e come confessione del capo dello Stato; la soppressione dei riferimento espliciti allo Stato socialista.

Multipartitismo sì ma con dei limiti, imposti nei confronti delle formazioni su base religiosa o etnica: come già avviene da decenni dunque, nessuna chance politica per Fratelli musulmani, sigle curde, cristiano-assire, turcomanne, cristiano-armene. Gli Assad stracciano così lo slogan – “Siria mosaico di etnie e confessioni” – ripetuto fino alla noia dai lealisti. Sempre a proposito di diritti delle minoranze e dei mantra del regime, la nuova costituzione conferma che il capo dello Stato deve essere, oltre che di sesso maschile, anche musulmano. I cristiani siriani, “protetti dal regime”, sono confemati cittadini di serie B.

Rimanendo nell’ambito dell’elezione del presidente, il raìs potrà essere eletto dal popolo al massimo per due mandati di sette anni ciascuno, ma i candidati dovranno avere ottenuto il sostegno di 35 membri del parlamento.

L’assemblea nazionale dovrà però essere composta almeno da metà dei deputati provenienti dalle classi di contadini e operai. Una formula questa che cela la necessità del regime – tramite il “partito socialista” Baath, non abolito – di selezionare l’accesso agli scranni parlamentari. L’articolo n. 8, relativo alla supremazia politica del Baath, è sì rimosso, ma quello relativo alla composizione dell’assemblea nazionale sembra sostituirlo, almeno per quanto riguarda i meccanismi di elezione del capo dello Stato.

Tra le righe del nuovo testo c’è scritto inoltre che la costituzione non potrà essere emendata per almeno un anno e mezzo dalla sua approvazione. Ovvero non prima dell’estate 2014, esattamente quando scadrà l’attuale mandato presidenziale di Assad.

Il nuovo testo esclude inoltre che possano nominati alle alte cariche dello Stato siriani che non risiedono nel Paese da almeno dieci anni, che hanno la doppia nazionalità o che sono sposati a una donna non siriana.

Tutte condizioni che escludono d’ufficio non solo oppositori e dissidenti ma anche tutti coloro che nel corso di decenni di repressione hanno cercato fuori dai confini siriani di ricostruirsi una vita, e che per questo sono visti come meno patrioti degli altri, un’altra categoria di serie B.

“E’ per evitare – affermano i sostenitori del nuovo testo – che l’occidente possa sponsorizzare dei nuovi Ahmad Chalabi o che l’Arabia Saudita possa sostenere dei nuovi Saad Hariri”. I cristici rispondono: “Come se i Bashar al Assad sponsorizzati dal Baath si sono in questi anni dimostrati fedeli alla patria e servitori degli interessi del popolo”.

Sia gli oppositori all’estero che quelli in patria hanno criticato apertamente il nuovo testo. La Commissione del Coordinamento di Hassan Abdel Hazim e il dissidente Anwar al Bunni, entrambi residenti a Damasco e non a Doha o a Istanbul, hanno sottolineato che i tre poteri giudiziario, legislativo ed esecutivo rimangono così nelle mani del capo dello Stato, come avviene dal 1973, anno in cui fu approvata l’attuale costituzione.

Bunni e Abdel Hazim hanno chiesto che prima di indire un referendum per approvare una costituzione solo in apparenza nuova, il regime deve dimettersi e affidare i poteri a un governo di transizione, che conduca il Paese verso elezioni legislative e presidenziali.

Il quotidiano governativo al Thawra ha invece definito il prossimo referendum una “svolta storica”, dal “sapore del pluralismo e delle libertà collettive”.

Nell’editoriale il giornale ha aggiunto: “Non ci sorprende che ci siano voci che si rifiutano di dialogare e respingono le riforme”, accusando questi ultimi di essere “complici dei criminali terroristi”.

Il 16 febbraio, all’indomani dell’annuncio del referendum, 14 tra attivisti per la difesa dei diritti umani, giornalisti e blogger siriani, tra cui Mazen Darwish e Razan Ghazzawi, sono stati arrestati a Damasco dai servizi di sicurezza del regime. (Europa Quotidiano, 17 febbraio 2012).