Un giorno la guerra finirà e io tornerò alla mia poesia

(di Eva Ziedan). Appena l’ho visto ho pensato: “Quanto è bello!”.

Lui si chiama Abu Attayyeb*, è alto, con un bel fisico, ha i capelli e gli occhi neri. Per dire la verità, me l’ero immaginata bello, anche prima di averlo incontrato. L’unica informazione che avevo su di lui era che è un attivista proveniente dalla Ghuta di Damasco.

All’inizio mi era sembrato una persona molto seria. Parlava l’arabo quasi senza inflessione e aveva una grande conoscenza del Corano. Parlava con altri giovani e diceva: “Cosa pensi mentre mangi con i tuoi amici e la gente della Ghuta mette online una foto del pane scrivendo: ‘il pane è diventato per noi un tesoro’? Non ditemi che non possiamo fare nulla. Possiamo andare tutti alle porte della Ghuta orientale e ognuno di noi porta con sé due o tre sacchi di pane e li distribuisce. Di cosa potrebbe essere accusato? Di aver portato pane? E cosa ci sarebbe di più bello di questa accusa?”.

Mentre parlavamo abbiamo scoperto che a tutti e due piace la poesia. Da noi, nel mondo arabo, c’è l’usanza di fare un gioco a due, si tratta di una “gara di poesia”: il primo recita una poesia a memoria, il secondo ne comincia un’altra partendo dalla lettera finale della poesia del primo giocatore.

Ci vuole una grande conoscenza della poesia classica.

Abbiamo cominciato la nostra gara, con i poeti classici al Mutanabbi, Antara, Jarir, e altri ancora. L’ultima l’ha recitata Abu Attayyeb:

Magari potessi andare contro i giorni
e tornare a dormire bambino tra le braccia di mia madre.
Dimenticare le lettere, disordinare i numeri
e parlare senza vocali.
Amarti senza poesie e senza ispirazione
e chiamare tutto col tuo nome.

Vorrei chiederti, Sham, com’è l’amore?
Se ogni giorno dentro di te mi vogliono uccidere
tra una barba che non conosce l’Islam
e un dittatore che ha rovinato il popolo.
Ho smesso di amarti, Sham, basta!
Ho cura di te, ma a te non interesso
ho smesso di amarti e nessuno mi biasimerà per questo.
Vorrei lasciarti finché non troverai…
una soluzione tra il figlio di mio padre e il figlio di mio zio.

Gli ho chiesto: “Chi l’ha scritta?”. Ha risposto: “Io, ora tocca a te”.

Gli ho chiesto di recitarne un’altra. Ha cominciato con una poesia che ha scritto in prigione, quando è stato arrestato per la terza volta.

Lui la recitava, mentre io guardavo i suoi piedi nella sabbia. Ho notato un segno di proiettile sopra la caviglia. Ho chiuso gli occhi, lui stava ancora parlando. Nel buio dei miei occhi chiusi lo vedevo, vedevo delle scene parziali, non chiare. Vedevo lui con il pane, lo porta alla gente sotto assedio. Il cecchino che gli spara, la caviglia insanguinata, l’altro che lo arresta. E ora ecco, eccolo qui vicino a me, vicino al mare.

Apro gli occhi e gli dico: “Ti prego scrivi sempre”.

Lui mi risponde: “Un giorno la guerra finirà e io tornerò alla mia poesia”.

***

Tutto è uguale a se stesso… tranne tu (**)

Niente è degno di essere ricordato in prigione
perché il tempo è uguale a se stesso,
la luce è uguale a se stessa,
la porta, il carceriere, le pareti, i ratti,
la gioia e la tristezza.
Tutto è uguale a se stesso… tranne tu.
Tranne tu quando torni a comprendere l’universo
e metti in ordine il mondo come in un gioco con le lettere.
Illumini il sole se vuoi,
o rimetti al loro posto nella notte le stelle.
E tu diventi la realtà del mondo
e tutte le cose diventano metafora della tua mente.
Tutto è uguale a se stesso… tranne tu.
Tranne tu quando torni a mettere in ordine il luogo,
getti la testa sopra l’ombra di un giardino,
un fiume scorre veloce alla tua destra,
un uccello cinguetta una canzone
e con la poesia manda l’aria in confusione.
Tutto è uguale a se stesso… tranne tu.
Se vuoi richiamare gli spettri di tutte le persone amate,
reciti le tue vecchie poesie tra di loro
senza codici, enigmi o fatica,
il cuore corteggia l’amata in segreto.
Tutto è uguale a se stesso… tranne tu.
Tranne tu quando dici al mondo e al carceriere che sei ancora vivo
che le sbarre della prigione si sono ritratte,
che la tua pazienza è diventata… malattia
e che una musica di rabbia bella suona adesso negli angoli.
Ascolta…
Il sangue riesce a distribuire la musica,
dà il ritmo rivoluzionario
e trasforma la tristezza… in acqua.
Tutto è uguale a se stesso… tranne tu.
Tranne tu… quando le sbarre della prigione confondono
tra carceriere e te,
chi di voi si trova davvero davanti
e chi si trova davvero dietro.
Questo è un disordine di tempo e di luogo
tu sei libero da entrambi… e dalla realtà.
Tieniti stretti i ricordi.
Niente è degno di essere ricordato nella vita,
perché tutto è uguale a se stesso… tranne tu.

(*) Il vero nome di Abu Attayyeb è Mahmud M. al Tawil.
(**) Traduzione dall’arabo di Caterina Pinto.

***

ياريت فيي عاكس الأيام
وأرجع طفل نام بحضن أمي
وأنسى الحروف وخربط الأرقام
وأحكي بلا فتحة وبلا ضمة
وحبك بلا شعر وبلا إلهام
وسمي بإسمك كل ما سمي

رح إسإلك كيف العشق ياشام
وكل يوم فيكي بينهدر دمي
مابين لحية بتجهل الإسلام
ومابين حاكم ضيع الأمة
بطلت حبك حاجتك أوهام
مهتم فيكي ومش مهتمة
بطلت حبك وما بقى أنلام
رح أتركك حتى تلاقي حل
ما بين ابن بيي وابن عمي

***

الكلُّ يُشْبِهُ نَفْسَه … إلّاكْ

لا شيءَ يُذكَرُ في السجونْ
فالوقتُ يشبِهُ نفسَهُ ..
والضوءُ يشبِهُ نفسَهُ …
والباب والسجانُ والجدرانُ والجرذانْ ..
والأفراحُ والأحزانْ ..
الكلُّ يشبِهُ نفسَهُ … إلاّكْ
إلاك حين تُعيد فهمَ الكونْ …
وتُرَتِّبُ الدُّنيا كلعبةٍ أحرفٍ ..
تضيءُ شمساً إنْ أردت ..
أو تعيدُ لعروةٍ في الليلِ نجمَتَها …
وتصيرُ أنتَ حقيقةَ الدنيا ..
وتصيرُ كلُّ الكائناتِ مجازُ فِكركْ ..
الكلُّ يشبه نفسهُ … إلّاكْ
إلاك حين تُعيد ترتيب المكانْ ..
تُلقي برأسِكَ فوق ظِلِّ حديقةٍ …
نهرٌ يمرُّ على يمينِكَ مُسرعاً ..
ويجودُ طيرٌ بالغناءْ ..
ويضج بالشعرِ .. الهواءْ
الكل يشبه نفسَهُ … إلّاك
إن شئتَ تستدعي خيالاتِ الأحبّةِ كلِّهم…
تُلقي قصائدكَ القديمة بينهم…
من دونِ ترميزٍ ولغزٍ أو عناءْ
ويُغازِلُ القلبُ الحبيبةَ بالخفاءْ
الكلُّ يشبه نفسه … إلّاكْ
إلاك حين تقول للدنيا وللسجانِ أنك لم تزل حيّاً ..
وبأن قضبانَ السجون تقلَّصتْ ..
وبأن صبرَكَ .. صار داءْ
وبأن موسيقى من الغضب الجميل الآن تعزف في الزوايا
فاستمعْ …
إنَّ الدماءَ تُجيدُ توزيع الموسيقى ..
وتضبط الإيقاع ثورياً ..
وتحوِّلُ الأحزانَ .. ماءْ
الكل يشبه نفسه .. إلاكْ
إلّاكَ …حين تحارُ قضبان السجون …
ما بين سجّانٍ وبينك …
من منكما قد صار حقاً في الأمام
ومنكما قد صار حقاً في الوراء
هذا اضطرابٌ في الزمان وفي المكانْ
أنت المُعافى منهما .. ومن الحقيقة
أمْسِك عليك الذكرياتْ ..
لا شيء يُذكرُ في الحياة ..
فالكلُّ يشبهُ نفسهُ … إلّاكْ