Un saluto a Homs

(di Elias Khury, per al Quds al arabi. Traduzione dall’arabo di Giacomo Longhi). Cosa sarebbe, dunque, questo accordo con cui si è deciso di evacuare alcuni abitanti dal centro storico di Homs?

Le immagini che ci arrivano mostrano qualcosa di ben più grave di uno scandalo morale: viene concesso agli uomini che hanno più di cinquantacinque anni di lasciare la città, mentre la strage e lo sterminio continuano!

Le forniture alimentari hanno raggiunto la città assediata? Chi può dirlo. Il cessate il fuoco viene rispettato? Nessuno può garantire niente. E intanto l’evacuazione di vecchi, donne e bambini procede a singhiozzo.

Ma l’apice dello scandalo e dell’abiezione è stato raggiunto dai raggruppamenti “spontanei” di shabbiha, stanziati nei quartieri di Akrama e al Nuzha, che impedivano l’ingresso degli aiuti umanitari in città!

Questa storia è un campo minato. La vita, come se fosse un pallone, viene sbalzata da un piede all’altro mentre le persone sono ridotte a relitti.

Un simile accordo mi lascia senza parole. Sarebbe questo il risultato di Ginevra 2? Sarebbe questo il massimo sostegno offerto dal mondo intero ai siriani, i quali vivono nel silenzio la loro catastrofe?

Questa storia, cari miei, ha un solo nome: strage e sterminio di esseri umani. Da teatro di una guerra imposta dal regime per sopprimere la rivoluzione, la Siria è stata trasformata in un campo di sterminio di massa. La dittatura ha intrapreso un cammino che, dai massacri di manifestanti pacifici fino all’uso delle armi chimiche e dei barili esplosivi, si può chiamare in un solo modo: sterminio.

Il piccolo Asad è andato oltre il proposito di distruggere la Siria, minacciato fin dall’inizio della rivoluzione ed è passato a un vero e proprio piano di sterminio ed epurazione nel senso letterale del termine. Le scene che vediamo svolgersi a Homs o ad Aleppo non sono altro che la sua messa in atto.

“Sterminio” è l’altro nome della ferocia. Chi lo compie abbrutisce se stesso mentre abbrutisce le proprie vittime. Un campo di battaglia dove non vige nessuna regola né morale, dove qualsiasi valore è stato cancellato e dove uccidere è diventato al tempo stesso il mezzo e lo scopo.

Gli arabi non hanno mai vissuto niente di simile in tutta l’epoca moderna. Siamo di fronte a dei nuovi Mongoli sostenuti, questa volta, da un regime oppressivo modellato sull’esempio del totalitarismo nordcoreano: una trinità formata da famiglia, servizi segreti e mafia. La quale è stata capace di creare una dinastia che governa sulla base di un solo principio: la trasformazione degli individui in schiavi. E il regime schiavista, ora, si fonda sul loro totale annientamento. La vita delle persone, come la loro morte, non ha nessuna importanza. Devono gioire di non valere niente se non vogliono aggiungersi alla conta dei morti.

Un regime a capo di schiere completamente asservite, dove non esiste neppure, come nell’antica Roma, una classe di uomini liberi ai quali è permesso di sfruttare gli schiavi. Dalla cima al fondo della piramide tutti sono schiavi. All’interno del sistema qualunque discussione è bandita. Se si alza una sola voce, questa in fretta viene soffocata e fatta sparire. Questo regime non ammette che un solo signore, il quale appartiene alla famiglia che tutto governa e possiede.

La Palestina del Nord, ovvero la Siria, assomiglia solo alla Corea del Nord. Un popolo ridotto in schiavitù, costretto a ringraziare e glorificare senza sosta i propri signori. Se gli schiavi dovessero mai ribellarsi e alzare la voce, sarebbero destinati alla croce, al fuoco e allo sterminio.

Il clan degli Asad è stato capace di rendere carta straccia qualunque slogan politico e di trasformare la lingua in un discorso vuoto. Neppure il lessico della resistenza e del dissenso, importato dall’Iran dei mullah, ha potuto salvare gli Asad dall’idiozia della loro retorica. Eppure sono lo stesso riusciti ad annullare la fraseologia dei loro alleati islamici iraniani, integrandola in quel lessico confessionale e dottrinale che sarà sempre e solo uno strumento per abbrutire e annientare le società dei Bilad al Sham.

L’unico a porre l’accento sul fenomeno della “coreizzazione” era stato il regista siriano scomparso Omar Amiralay, nel film Inondazione nel paese del Baath. Ma le sue riflessioni sono passate in sordina, non hanno suscitato reazioni tra gli orientalisti occidentali. Questi esperti, oggi, contemplano compiaciuti lo scorrere del sangue siriano, gustando il silenzio che circonda la tragedia.

Finora non ho descritto se non il silenzio. Ma mi chiedo se il silenzio sia altrettanto possibile da descrivere senza silenzio.

Le siriane e i siriani non affrontano soltanto la morte, devono anche affrontare i muri di silenzio che li circondano.

Sono questi i “tradimenti della lingua”, come ha scritto il poeta Faraj Bayraqdar dall’inferno di Palmira. Tradimenti della lingua che minacciano di trasformarsi anche in tradimenti del silenzio.

La domanda è come poter rompere il silenzio imposto alle sofferenze delle siriane e dei siriani. Come possiamo ripristinare l’uso della parola, in un mondo non più interessato al valore dei diritti umani?

Non è esattamente così. Non è vero che l’Occidente non si interessa più ai diritti e alla dignità umana. Soltanto, non lo fa quando si tratta del nostro Paese, o a quanto pare non gliene importa. Tutto qui: siamo stati esclusi dalla sua sfera d’interesse. Ha rispolverato la vecchia ipotesi sulla nostra natura barbara. E tratta la nostra morte, oggi, come se fosse un evento puramente virtuale che fa giusto capolino sui social network, come se fosse un lungo film intriso di sadismo.

La verità è che siamo stati esclusi dalla famiglia delle nazioni e gettati ai margini insanguinati della storia. Siamo stati sacrificati a un gioco di forze internazionali, il quale non tiene in nessun conto il nostro destino, ma si preoccupa soltanto di rattoppare l’ormai debole impero americano e indennizzare quello russo, che, invece, non si riduce più a una presenza meramente simbolica?

La dittatura della Corea del Nord, subissata dalla fame e dalla miseria, si regge in piedi solo perché si trova sulla linea di confine tra l’influenza americana e cinese. Una linea che nessuno si permette di destabilizzare, altrimenti sarebbe guerra certa.

La Siria, invece, seguita nella tragedia della sua distruzione perché si trova all’incrocio tra due imperi inetti, che l’hanno trasformata in un laboratorio di morte.

La domanda non è rivolta a nessuno, se non a noi stessi. Noi stessi dobbiamo reinventare il linguaggio della cittadinanza e dei diritti prima che la nostra capacità di parlare si estingua del tutto e le nostre anime si dissolvano.

Per questo Homs sopravvive.

La città dalle pietre nere e dai cuori bianchi, la città che si è fatta beffa dei Mongoli e di Tamerlano fa sapere al mondo che resterà un simbolo finché noi non ritroveremo la capacità di creare simboli, resterà un emblema di dignità finché non riporteremo il linguaggio della nostra dignità fuori dal pantano della fame, della paura e della morte.

Un saluto a Homs.