Viaggio a Daraa dove nulla è come prima

(di Michele Esposito, Lettera 43). In Siria la violenza non si ferma. Il 9 maggio una bomba ha colpito il convoglio degli osservatori Onu a Daraa, ferendo lievemente otto persone.
La città è, insieme con Homs, uno dei simboli delle violenze del regime. Era il 15 marzo 2011 quando nel centro più meridionale della Siria, 15 ragazzini tra i nove e i 15 anni della famiglia Al Abazeed furono arrestati dalle forze di sicurezza per aver imbrattato alcuni muri con slogan anti-Assad. Tre giorni dopo esplose la più grande protesta della storia recente della Siria.
Da allora, per Daraa nulla è tornato come prima.

Daraa, da epicentro degli scontri a zona franca di banditi. A più di un anno dai giorni della rabbia e del sangue, questa città di circa 100 mila abitanti a una manciata di chilometri dal confine giordano appare come un luogo insicuro, teatro delle violenze dei militari lealisti e avvolto in un silenzio irreale, soprattutto per una città araba.

Check point e controlli. A separarla da Damasco (dove il 10 maggio sono avvenuti due attentati terroristici) sono solo 110 chilometri di autostrada, puntellati da una ventina di check-point che si intensificano mano a mano ci si avvicina alla città. Chilometri che Lettera43.it ha percorso insieme con la delegazione italo-siriana.

Avamposto di frontiera. Da epicentro degli scontri e roccaforte dell’opposizione al regime, la città oggi si è trasformata in una sorta di avamposto di confine, tenuto con difficoltà sotto controllo dall’esercito e con ancora diversi quartieri considerati ad altissimo rischio. Anche l’area intorno alla moschea Omari, dove lo scorso aprile furono massacrati diversi civili, è off limit.

La propaganda di regime. Il tour sotto scorta all’interno di Daraa segue un percorso ben definto. L’obiettivo delle autorità locali è del resto quello di mostrare all’opinione pubblica internazionale come la città non sia più un nido di oppositori ma un luogo segnato dal banditismo e dal terrorismo, e in cui regna la paura.

L’escalation della violenza «Solo nei giorni scorsi hanno ucciso un candidato alle parlamentari e un militare», dice Mohammed Khaled Hannus, il governatore della provincia che il 23 marzo scorso ha sostituito Faysal Kulthum, defenestrato da Bashar al Assad nel disperato tentativo di placare le proteste.

Soldati in mimetica e kalashnikov. Hannus accoglie i cronisti locali e stranieri nel palazzo del governo. L’edificio è piuttosto malandato. Ed è circondato da decine di soldati in mimetica e kalashnikov. I loro elmetti spuntano dai sacchi di sabbia messi a difesa lungo il perimetro della costruzione. «Le proteste all’inizio erano giustificate perché avevano l’obiettivo di combattere la corruzione», ammette Hannus elencando l’escalation di violenze. «Il 21 marzo dello scorso anno i ribelli hanno dato fuoco al palazzo di giustizia. Poi i gruppi armati hanno preso di mira il centro dell’anti-droga, edifici pubblici e infrastrutture», ricorda il governatore tentando di giustificare così la risposta di fuoco dell’esercito.

L’incontro con i capi tribù. E a nulla, stando al governatore, è servito l’incontro della delegazione di 50 persone, inclusi alcuni capi tribù locali, con il presidente al Assad. «Le violenze non sono finite nemmeno quando le truppe sono state ritirate», spiega Hannus, «tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, come richiesto dall’opposizione». Hannus parla con una certa calma, tra una sigaretta, un tè e un caffè, ricordando anche le eccellenze della provincia di Daraa, «famosa per il vino, l’olio e il grano, di cui si producono circa 130 mila tonnellate l’anno».

La migrazione in Qatar e Arabia Saudita. Nonostante questo, Daraa è terra di emigranti. «In 50 mila, negli anni scorsi, si sono trasferiti in Qatar e Arabia Saudita», ricorda il governatore. Sono loro che, secondo la versione ufficiale, starebbero reggendo le fila dell’opposizione: «Salafiti, gruppi della Fratellanza musulmana e gruppi manovrati dall’estero, dai connazionali in Qatar e Arabia Saudita».

In città la tensione è palpabile Dopo l’incontro con il governatore, la delegazione continua la visita della città sotto lo sguardo attento e sospettoso dei locali. Le vie del mercato centrale sono trafficate, ma la tensione è palpabile, le strade non così affollate.

Il dolore delle donne. All’ospedale si stanno celebrando due funerali. Tra rulli di tamburi e dichiarazioni di fedeltà ad Assad, le due bare, avvolte nella bandiera della Siria, sfilano nel cortile dell’edificio, tra le grida di dolore di un gruppo di donne vestite in nero con il viso rigato dalle lacrime.
La tappa finale è il palazzo di giustizia, che affaccia su una larga piazza, semi vuota e chiusa al traffico. L’edificio è annerito dalle fiamme, semidistrutto. Fuori, è parcheggiata un auto governativa crivellata di colpi. Davanti a questa scena le versioni del governo trovano una conferma, per lo meno di facciata. (Lettera 43, 10 maggio 2012)

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