Yarmuk, Il miracolo di Khaled

Il corpo innaturalmente gonfio, gli occhi scavati e tristi. Khaled a 14 mesi “è stato testimone di una sofferenza che la maggior parte di noi non sperimenterà probabilmente nell’arco di tutta la propria vita”. Riportiamo qui la sua storia, così come l’ha diffusa via e-mail il portavoce dell’Unrwa, Christopher Gunness, nella nostra traduzione.

Queste foto scioccanti dello stesso bambino “prima” e “dopo” riassumono in modo esemplare il miracolo della giovane vita del piccolo Khaled. Sono la prova che l’Onu può salvare vite se gli viene data la possibilità concreta di arrivare ai civili in Siria.

Khaled è nato proprio nel momento in cui il conflitto spietato in Siria ha inghiottito il suo quartiere, il campo di Yarmuk dei rifugiati palestinesi di Damasco. Ha vissuto sotto assedio sin dalla nascita, un figlio della guerra, intrappolato con i suoi genitori e quattro fratelli. Nei suoi quattordici mesi di vita è stato testimone di una sofferenza che la maggior parte di noi non sperimenterà probabilmente nell’arco di tutta la propria vita.

Molto probabilmente Khaled sarebbe morto, se il dottor Ibrahim Mohammad dell’Unrwa non gli avesse somministrato cure per guarirlo da una grave forma di malnutrizione, nota come kwashiorkor, causata da un’assenza prolungata di proteine. “Quando ho visto Khaled per la prima volta sembrava avesse cinque mesi, non quattordici”, racconta il dottor Mohammad. “Stava per morire. Era sopravvissuto per due mesi ingerendo solo acqua e quasi niente di solido”.

“Abbiamo mangiato erba” – Quando le viene chiesto come si vive a Yarmuk, sua madre, Nur, 29 anni appare sconvolta. “L’inferno è meglio”, dice. “Bollivamo spezie nell’acqua che poi bevevamo. Abbiamo mangiato erba, finché non è finita anche quella”.

Quando ha partorito Khaled in casa, ha iniziato ad allattarlo, ma poi – a causa della sua scarsa alimentazione – dopo due mesi non aveva più latte. Il latte fresco fatto entrare di nascosto nel campo era troppo costoso, fino a 20$ al litro, e il latte in polvere non era disponibile.

“La morte era dovunque” – “Tutti davamo per scontato che saremmo morti presto, per la fame o per le bombe”, racconta Nur. “La morte era dovunque. Una vicina è morta di parto. Mentre partoriva, la levatrice è stata chiamata ad assistere un’altra donna. Quando è tornata, la mia vicina era morta dissanguata”.

“Esci o muori” – “Alla fine ho deciso di lasciare Yarmuk con i miei figli. Temevo saremmo morti tutti”. Ma Nur non aveva il permesso di lasciare il campo. È andata da un checkpoint all’altro con i suoi cinque bambini e alla fine i soldati hanno avuto pietà, dal momento che si sono resi conto che Khaled stava per morire.

“Unrwa può ancora salvare i bambini dalla fame” – “La squadra di medici dell’Unrwa può ancora salvare tante vite di bambini, se solo potessimo raggiungerli”, dice il dottor Mohammad. “Crediamo ci siano tanti neonati e bambini sul punto di morire all’interno del campo di Yarmuk. Abbiamo bisogno di poterci entrare e i nostri medici e infermieri hanno bisogno sia garantita la loro sicurezza”.

Nel frattempo, Khaled si è trasformato dopo solo qualche giorno di cibo e cure mediche. Il suo volto privo di vita adesso è sorridente e il suo corpo rigonfio appare in salute.

Ci sono ancora tanti Khaled. Mentre questi bambini vengono privati della loro dignità di esseri umani, l’umanità di ciascuno di noi risulta diminuita. Khaled incarna quello che potrebbe essere. Crediamo che in un ambiente che si prende cura di lui, potrà raggiungere il suo pieno potenziale umano, che è il nostro obiettivo per la futura generazione in Siria. Khaled è un simbolo vivente di speranza e del nostro impegno nei confronti dei civili in tutta la Siria. È la prova vivente che l’Onu può salvare vite, se gli è dato modo di entrare.

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