Zapping di regime

Syria's President Bashar al-Assad speaks in Damascus in this still image taken from video(di Lorenzo Trombetta, ArabMediaReport). Ho la fortuna, e al tempo stesso la sventura, di dover seguire da anni, ogni giorno e per quasi tutto l’arco della giornata, i canali della televisione di Stato siriana. Potrei scriverci un libro. E magari un giorno lo farò, anche se saremo solo in dieci a leggerlo.

Qui mi limito a raccontare qualche perla – elencata in rigoroso ordine alfabetico – rinvenuta dal 21 agosto scorso al 10 settembre 2013: ovvero nell’arco di tempo che separa la diffusione della notizia del presunto attacco chimico nella regione di Damasco dalla decisione russo-americana di valutare l’ipotesi di una soluzione politico-diplomatica basata sull’annunciata disponibilità del regime di mettere “sotto tutela internazionale” il proprio arsenale proibito.

Alawiti. La televisione di Damasco ha dato scarsissimo rilievo alla notizia dell’uccisione di oltre cento civili alawiti da parte di criminali qaedisti nella regione costiera di Latakia compiuto all’inizio di agosto ma venuto alla luce solo il 19 agosto. E non ha riferito delle sorti di altrettante donne e bambini – anch’essi tutti membri della comunità a cui appartiene la famiglia presidenziale degli  Asad – catturati dai miliziani fondamentalisti e condotti al confine con la Turchia in attesa di uno scambio con prigionieri nelle carceri del regime. Familiari delle vittime giunti a Beirut in conferenza stampa hanno denunciato la mancanza di protezione dei loro villaggi da parte dell’esercito di  Asad.

Bambini. Sorridenti e allegri, volti di bimbi siriani illuminano lo schermo della televisione di Damasco in uno spot andato in onda a partire dal 10 settembre. Titolo: “La Siria sta bene” (Suriya bi khayr). In sequenza veloce e ritmata, con un sottofondo musicale coinvolgente e incalzante, i bambini diventano piccioni in piazza Merge a Damasco. E i piccioni olive sugli alberi di olivi della Ghuta. E gli olivi sono le rovine di Palmyra. E Palmyra è la cittadella di Aleppo. E la cittadella è la Diga sull’Eufrate. E la diga è il Ponte sospeso di Dayr az Zawr. E tutto sfuma in un mare di bandiere – il tricolore ormai associato al regime – sventolate da giovani assiepati sul piazzale del monumento al milite ignoto. “La Siria sta bene” come il ponte sospeso di Dayr az Zawr, abbattuto a colpi di cannone (dal 10 settembre).

Chimiche. “Rinvenute armi chimiche in un covo di terroristi a Jawbar”, strillava l’emittente di Damasco il 24 agosto scorso, tre giorni dopo la diffusione della notizia del presunto attacco con gas nella regione della capitale. Poco dopo, un servizio della stessa televisione mostrava le “prove” del coinvolgimento saudita, qatariense e tedesco nella fornitura di armi proibite ai terroristi di Jawbar, quartiere di Damasco da mesi roccaforte dei ribelli. La prima prova, che dovrebbe imbarazzare il Qatar e la Germania erano alcune scatole di cartone contenenti fiale. Sulla scatola la scritta: “Qatari German Company for Medical Devices”. L’altra prova, che dovrebbe inchiodare l’Arabia Saudita è un barile blu con su stampato una scritta in arabo: “Fatto in Arabia Saudita” (Suni‘a fi s Sa‘udiyya). Il commentatore da studio affermava: “Si tratta senza dubbio di materiale altamente pericoloso”. Poco dopo afferma: “Certo, io non sono un esperto…” (24 agosto).

Hiroshima. Nel climax mediatico suscitato nella prima settimana di settembre dalla minaccia americana di condurre raid contro obiettivi del regime di Damasco, la televisione ufficiale ha trasmesso a ripetizione uno spot sui “Crimini americani nel mondo”. L’immagine stilizzata del fungo atomico e a caratteri cubitali e in rosso sangue la scritta “Hiroshima” apriva la réclame (dai primi di settembre).

Maalula. L’impervio costone di roccia dell’antichissima cittadina cristiana alle porte di Damasco, dal 4 settembre teatro di battaglia tra milizie lealiste e ribelli tra cui qaedisti, campeggia nello schermo della televisione siriana e una scritta in bianco recita: “Maalula si ribella al terrorismo”. Gran bello slogan. Ci si chiede però perché mai il regime, da decenni definito protettore anche dei cristiani, mantenesse un solo sparuto gruppo di otto suoi miliziani a guardia della principale via d’accesso al centro abitato e non si fosse mai premunito di spostare lontano dagli antichi monasteri bizantini i cannoni di artiglieria che da mesi sparavano regolarmente sui vicini villaggi sunniti solidali con i ribelli (dal 7 settembre).

Raìs. Ogni tre fotogrammi due erano dedicati a Bashar al -Asad, il presidente raffigurato con occhiali scuri, berretto militare e mimetica sempre incollata al corpo. La sua immagine è stata proposta per giorni sin dalla fine di agosto all’interno di un lungo filmato pubblicitario sulle forze armate.  Asad mentre osserva movimenti di truppe.  Asad mentre dà istruzioni ai generali.  Asad mentre scruta con attenzione cartine geografiche.  Asad mentre saluta sorridente i militari. A intervalli quasi regolari scatti di elicotteri in volo, lancia missili operative, navi da guerra in alto mare, caccia impegnati in voli raso terra, soldatini che corrono saltando rovi e filo spinato nel deserto (fine agosto-primi di settembre).

Quirico. Il volto scarno del giornalista italiano liberato lo scorso 8 settembre dopo 152 giorni di prigionia appare sugli schermi della televisione di Damasco accanto all’immagine del suo compagno di sventura, il belga Pierre Piccinin. E in sovrimpressione per tutta la durata del servizio campeggia la scritta: “Dal Belgio e dall’Italia i due giornalisti testimoniano: terroristi hanno usato armi chimiche”. Ovviamente nessun accenno alle allora già diffuse smentite di Quirico. E il professor Piccinin, prima adulatore e poi detrattore del regime tanto da finire nelle carceri degli Asad, è ora consacrato a fonte imparziale e indipendente (10 settembre).

Sinatur. Per tutta la durata della trasmissione, andata in diretta il 3 settembre e in replica il giorno dopo, la conduttrice del programma di approfondimento della televisione di Damasco si è rivolta all’ex senatore italiano Fernando Rossi come “ya Sinatur”. Membro del Senato dal 2006 al 2008 eletto nella lista dei Comunisti italiani e leader di Per il Bene Comune, Rossi era accompagnato in studio da alcuni “rappresentanti della comunità siriana in Italia”. Rispondendo alle domande della conduttrice, Rossi ha offerto la sua lettura degli eventi regionali e internazionali degli ultimi anni e ha affermato di esser “convinto che le Torri (gemelle) gli Stati Uniti se le sono buttate giu’ da soli” (4 settembre).

Tempesta. Davvero sorprendente è stata la tempestività con cui la televisione di Damasco ha trasmesso, in sovrimpressione, la dichiarazione del ministro degli esteri Walid al-Muallim circa il “sì” alla proposta russa di mettere “sotto tutela internazionale” l’arsenale chimico del regime. Sul tempo ha battuto – nell’ordine – l’Afp, la Reuters e Al-Arabiya. “Cosa c’è di strano?”. Il ritardo o la puntualità nel diffondere notizie, associati all’omissione sistematica di altre notizie, sono sempre dosati in base alle esigenze politiche del momento (9 settembre). (ArabMediaReport)